Conoscenza enciclopedica e interpretazione

L'interprete di conferenza deve acquisire la proprietà di linguaggio tipica delle comunità socioprofessionali con cui entra in contatto nello svolgimento della sua attività di mediazione linguistica e culturale, senza però averne mai fatto parte. Eppure, sono attese precisione e fedeltà nella trasmissione dei contenuti espressi. Ecco il problema alla base della mia tesi di laurea magistrale.

Le comunità socioprofessionali di parlanti

Quando parliamo di linguaggi specialistici, secondo il linguista Michele Cortelazzo, ogni professionista appartiene a una comunità socioprofessionale di parlanti. In virtù di questo, è possibile individuare prassi linguistiche comuni a un gruppo che condivide la stessa professione e che, sulla base delle necessità referenziali da essa dettate, compie scelte sociolinguistiche di campo, tenore e modo omogenee.

Per esempio, la comunità socioprofessionale analizzata nella mia tesi di laurea magistrale in Interpretazione all'Università di Bologna (DIT, Forlì) – cioè quella delle banche centrali italiana e tedesca – condivide il lessico specialistico economico-finanziario e utilizza la lingua per la comunicazione pubblica e la accountability, in occasione delle conferenze stampa annuali di fine esercizio.

Da ciò consegue che, chi offre un servizio linguistico per questo pubblico, debba possedere gli stessi strumenti linguistico-lessicali in una lingua di partenza e in una di arrivo per far passare il messaggio. Il problema è che gli esperti hanno una proprietà di linguaggio nel loro ambito specialistico diversa da quella dell'interprete, poiché le due professioni sono separate e i professionisti appartengono a due comunità socioprofessionali distinte. Tuttavia, all'interprete è richiesta precisione e fedeltà al testo originale, che va prodotta in una condizione di asimmetria informativa. Infatti, il relatore sarà sempre più esperto dell'interprete nel suo ambito, che sarà sempre in una condizione di svantaggio.

La conoscenza enciclopedica

Ad essere condivisi in una comunità socioprofessionale non sono solo i termini specialistici e le consuetudini comunicative. In primo luogo, è la conoscenza enciclopedica a essere condivisa. Secondo Umberto Eco, nella nostra mente è presente un archivio di informazioni che raccoglie tutte le nostre esperienze e la nostra conoscenza del mondo. Si tratta di contenuti concettuali che costituiscono una conoscenza pregressa fondamentale come presupposto per la comprensione dei testi via via  presentati. Osserviamo un esempio.

Un avanzo primario inferiore a mezzo punto percentuale, come quello che si otterrebbe nel 2020 se le clausole di salvaguardia dell’IVA previste dalla legislazione vigente fossero disattivate senza compensazione, non sarebbe compatibile con la riduzione dell’incidenza del debito sul prodotto; avrebbe ripercussioni negative sul premio al rischio dei titoli pubblici e, per questa via, sull’attività economica.
- Ignazio Visco, Banca d'Italia (2018)

La comprensione del passaggio indicato è subordinata alla conoscenza pregressa del concetto di "avanzo primario", così come di "clausole di salvaguardia dell'IVA" e bisogna sapere che esse possono essere disattivate con o senza compensazione. Non basta saper tradurre i termini: bisogna aver presenti i concetti specialistici e come questi vengano espressi nelle lingue di lavoro.

L'insufficienza dei processi di codifica/decodifica

Secondo il modello del codice della comunicazione (MC), un enunciato codificato in una lingua è interamente comprensibile dal suo destinatario tramite decodifica, solo sulla base della condivisione del codice linguistico. Tuttavia, accade spesso che il codice sia perfettamente condiviso, ma che l'interpretazione sia erronea o fuorviata. Questo perché il processo non è così semplice, ma include anche componenti enciclopediche che entrano in gioco nell'interpretazione quando si presentano elementi dati per scontato dal relatore. In questi casi, gli enunciati vengono completati dal ricevente sulla base delle sue conoscenze enciclopediche e di processi inferenziali.

Infatti, nel caso precedente, il relatore dà per scontato che l'interlocutore sappia cosa sia la compensazione delle clausole di salvaguardia dell'IVA. Tuttavia, sebbene questo possa sembrare legittimo in un'interazione tra esperto ed esperto, non lo è quando l'interazione è mediata da interprete. Dato che il professionista non è il destinatario primario del messaggio, dovrà fare in modo di capire gli elementi non codificati o dati per assodati.

L'adeguamento enciclopedico 

In caso si presentasse un deficit di condivisione, secondo Michele Prandi, è possibile rimediare con una riformulazione del messaggio, magari accompagnata da una definizione. Talvolta, però, l'interprete non ha accesso a questo meccanismo di riparazione dei deficit di condivisione di conoscenza enciclopedica. Altre volte, i concetti specialistici sono troppo complessi o lunghi da definire contestualmente oppure sono talmente specialistici che la sinonimia non aiuta.

L'unico modo è studiare approfonditamente un settore specialistico, con una preparazione sia continua, di fondo, che preliminare all'evento. Così, l'interprete sarà in grado di rendere più simmetrico il suo livello di conoscenza enciclopedica rispetto a quello del relatore. In questo modo, i meccanismi di cooperazione testuale e quelli inferenziali possono avere luogo ed essere riproposti ai beneficiari dell'interpretazione.

Fonti

Cortelazzo, Michele. Lingue speciali – La dimensione verticale. II. Padova: Unipress, 1994


Eco, Umberto. Lector in fabula. II. Milano: Bompiani, 1979.

—. Semiotica e filosofia del linguaggio. Torino: Einaudi, 1996.


Prandi, Michele. «Riformulazione e condivisione.» Rassegna Italiana di Linguistica Applicata 36, n. 1 (2004): p. 35-48.


Traini, Stefano. Le basi della semiotica. Milano: Bompiani, 2013.

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