Forestierismi e CSR. Bisogno referenziale o vanità linguistica?
Anche se alcuni linguisti si oppongono legittimamente all'uso di prestiti e calchi per proteggere l'italiano, i parlanti professionisti hanno bisogni di immediatezza e brevità che richiedono parole internazionali.

Spesso i linguisti criticano alcune scelte linguistiche dei parlanti di vari settori specialistici. Stigmatizziamo l'uso di forestierismi, cioè parole straniere che in qualche modo entrano nella nostra lingua sotto forma di prestiti o calchi.

I parlanti attribuiscono ai forestierismi uno status. Le parole straniere sono più accattivanti e rendono la lingua più vivace e moderna, soprattutto nei settori ad alta innovazione. Alcuni linguisti invece biasimano queste scelte criticandole più o meno duramente: la lingua italiana è molto ricca e non ha bisogno di essere inquinata da scelte discutibili.

Recentemente ho partecipato molto volentieri a un seminario organizzato da ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale dal titolo Corporate Social Responsibility. Ho imparato davvero tanto: sono uscito dai miei spazi linguistici abituali, ho acquisito spunti teorico-pratici e ho anche toccato con mano le convenzioni socio-retoriche tipiche della lingua speciale aziendale in particolare nell'ambito della Responsabilità Sociale d'Impresa.

Ripetutamente, durante questi due giorni, ho sentito molti forestierismi particolari come "ingaggiare gli stakeholder" e "matchare domanda e offerta". Ne ho sentiti molti altri ma ci sarà un'altra occasione.

Ingaggiare gli stakeholder

Uno stakeholder è una persona o ente "portatore di interesse" verso l'azienda. L'attività aziendale ha ricadute su di loro e deve essere calibrata per rispettarli in un'ottica di responsabilità sociale. Un'acciaieria deve preoccuparsi delle sue esternalità negative sull'ambiente e un'azienda di bibite gassate deve essere sensibile all'educazione alimentare infantile.

Dal punto di vista linguistico, "ingaggiare gli stakeholder" deriva dall'inglese "engage stakeholders". Si tratta di una collocazione formata dal calco semantico "ingaggiare" e dal prestito integrale "stakeholder". Da notare come il verbo "ingaggiare" sia già presente in italiano con il significato di "prendere alle proprie dipendenze". Quando questo verbo assume anche il significato inglese per grande affinità morfologica, significa anche "coinvolgere" e diventa un calco semantico.

Matchare domanda e offerta

La domanda e l'offerta sono concetti chiave della microeconomia. Qualsiasi mercato risponde alle loro leggi che prevedono che, a una determinata variazione di prezzo di mercato, corrisponda una variazione della quantità offerta dai produttori e domandata dai compratori. Le due curve di domanda e offerta si incontrano a un punto di equilibrio in cui, a un dato prezzo, la quantità offerta e quella domandata si eguagliano – ceteris paribus. Questo è l'incontro della domanda e dell'offerta.

Dal punto di vista linguistico, "matchare domanda e offerta" deriva dall'inglese "match offer and demand". "Matchare domanda e offerta" è una collocazione forse ancora poco frequente in italiano ma senz'altro presente nel repertorio del mio gruppo di lavoro. "Matchare" è un prestito adattato dal verbo inglese "match" che significa "far incontrare". Notiamo come il verbo inglese diventi una radice a cui viene apposto il suffisso verbale "-are". Questo è l'adattamento del prestito che mantiene esattamente il significato straniero.

Bisogno referenziale o vanità linguistica?

Una comunità socioprofessionale di parlanti utilizza un linguaggio specialistico con termini tecnici perché ha bisogno di identificare referenti precisi, oggetti e concetti ristretti, utilizzati meno frequentemente nella lingua comune (Cortelazzo). Gli specialisti hanno dovuto inventare, prendere a prestito o tecnificare alcuni termini per i loro bisogni referenziali, originati dalla necessità di capirsi velocemente in economia di parole.

I linguisti osservano attentamente questi bisogni e come vengono soddisfatti dai parlanti specialisti nelle situazioni reali. Gli esperti della lingua sono molto propensi a consigliare buone pratiche linguistiche ai parlanti per preservare il prezioso patrimonio linguistico che abbiamo. Per farlo, alcuni gruppi tendono a prescrivere scelte linguistiche che conservano l'italiano. Oserei dire che si tenda a identificare una certa vanità linguistica in chi predilige prestiti e calchi soprattutto quando questi rappresentano uno status e in particolare quando in italiano esistono già valide alternative.

La mia posizione

Tuttavia, desidererei spezzare una lancia a favore di questi parlanti creativi appellandomi alla loro libertà di identificare i loro bisogni e di soddisfarli come meglio credono. Considererei l'uso di "ingaggiare gli stakeholder" come un bisogno referenziale e stilistico che deve poter avere la libertà di essere idiomatico, adottato e codificato da una comunità socioprofessionale di parlanti. Un bisogno che non si accontenta dell'italiano "coinvolgere", ma vuole arricchirsi di una prospettiva di innovazione, freschezza e marketability dei servizi di Responsabilità Sociale d'Impresa. Non coinvolgiamo gli stakeholder ma li ingaggiamo, è di più, è proprio quella attività. Insomma, quel concetto, quel servizio, ha caratteristiche di monoreferenzialità.

Si potrebbe giustamente obiettare che in realtà una scelta stilistica non sia da annoverare tra i tecnicismi specifici della lingua, cioè unità irriducibili e monoreferenziali, ma da ascrivere ai tecnicismi collaterali, cioè varianti che vengono adoperate per conferirsi un maggiore status nel parlare di un concetto specifico. Una differenza simile ad esempio, in medicina, tra "infarto" ed "evento infartuale". Qui c'è maggiore libertà.

Per giungere a una sintesi, suggerirei di non condannare categoricamente chi desidera impiegare determinate espressioni esotiche nelle proprie presentazioni aziendali. Lascerei più spazio all'espressività, soprattutto se ascritta a una comunità ristretta di parlanti che in un ambiente
internazionale si deve far capire al volo e deve passare ai fatti. D'altro canto, un utilizzo moderato di questi calchi e prestiti è consigliato per evitare di trasformare la lingua del Bel Paese in un'accozzaglia di parti indistinte con cicatrici più o meno rimarginate.

Amo l'italiano e continuo a parlare italiano, la lingua con cui sono stato gettato nel mondo. Ma se parliamo di un uso professionale, qui adotto una prospettiva più descrittiva e tendenzialmente liberalista. Un laissez-faire linguistico che tanto si addice a questo mondo economico dove la libertà è un principio inalienabile.

Fonti

  • Gualdo, R. & Telve, S. (2011), Linguaggi specialistici dell’italiano, Roma: Carocci editore.
  • Berruto, G. (2003), Fondamenti di sociolinguistica, Bari: Laterza editore.
  • Mankiw, G. N. (2016), Elementi di economia, Bologna: Zanichelli editore.
  • ISPI - Corporate Social Responsibility

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